Ep. 7/ La relazione con il cibo

 

Il modo in cui ci relazioniamo con il cibo racconta come ci prendiamo cura di noi. Tra piacere, controllo e conforto emotivo, imparare ad ascoltare il proprio corpo è un passo fondamentale per costruire un rapporto più sano e consapevole.

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Quando parliamo di relazioni, non siamo soliti pensare al legame quotidiano e vitale che abbiamo con il cibo. Eppure, il cibo è molto più di un semplice carburante per il nostro corpo. Esso può diventare nutrimento emotivo, linguaggio d'amore, conforto, controllo, piacere, punizione. Il modo in cui ci relazioniamo con il cibo rivela molto del nostro rapporto con noi stessi, con gli altri, con i bisogni e con i limiti.

Dal punto di vista psicoanalitico, la relazione con il cibo inizia alla nascita. Mélanie Klein (psicoanalista 1882-1960) ha descritto come il seno maternoprimo oggetto d'amore e primo nutrimento, diventi il prototipo di tutte le relazioni successive. Il bambino non distingue inizialmente tra fame fisica e bisogno emotivo: quando piange, chiede insieme latte e contenimento, nutrimento e amore.

Se questa esperienza è "sufficientemente buona” - per usare le parole di Donald Winnicott (pediatra e psicoanalista britannico, 1896-1971) - il bambino impara che i suoi bisogni possono essere soddisfatti, che il mondo è un luogo sicuro, che merita di essere nutrito. Ma quando l'allattamento è vissuto in un clima di ansia, rifiuto, o imprevedibilità, si crea una confusione che può durare tutta la vita: il cibo diventa carico di significati emotivi che vanno ben oltre la nutrizione.

 

Ep. 7/

La relazione con il cibo

 

Hilde Bruch (psichiatra tedesco-americana, 1904-1984), pioniera nello studio dei disturbi alimentari, ha descritto come nei bambini che svilupperanno anoressia o bulimia ci sia spesso una storia di "confusione interocettiva": i genitori, invece di rispondere ai segnali di fame del bambino, lo nutrono secondo i propri bisogni o orari rigidi. Il bambino impara così a non fidarsi delle proprie sensazioni corporee, a non riconoscere la fame dalla sazietà, il bisogno fisico da quello emotivo. Questa confusione si cristallizza in età adulta: mangiare diventa un atto disconnesso dai reali bisogni del corpo, guidato invece da emozioni, da regole esterne, da meccanismi di controllo.

Susan Bordo (filosofa femminista americana, 1947-) ha analizzato come nella società contemporanea , soprattutto per le donne, il corpo e il cibo siano diventati terreni di battaglia per conflitti più profondi. In una cultura che predica simultaneamente il piacere illimitato (pubblicità di cibo considerato estremamente buono, ipercalorico) e il controllo assoluto (culto della magrezza), il rapporto con il cibo diventa necessariamente conflittuale. Mangiare viene caricato di sensi di colpa; non mangiare diventa un'affermazione di controllo e superiorità morale. Il cibo smette di essere nutrimento e diventa linguaggio: mangiare o non mangiare, abbuffarsi o digiunare, sono modi per dire qualcosa che non trova altre parole.

Susie Orbach (psicoterapeuta britannica, 1946-) nel suo celebre "Fat is a Feminist Issue" ha mostrato come il grasso corporeo possa diventare, per alcune donne, una protezione, un modo per occupare spazio in un mondo che vorrebbe renderle invisibili, o al contrario un modo per rendersi "non desiderabili" e quindi al sicuro da attenzioni sessuali indesiderate. Il rapporto con il cibo diventa così inseparabile dal rapporto con il proprio corpo, con la propria identità di genere, con il potere e la vulnerabilità.

Christopher Fairburn (psichiatra britannico, 1950-) e la tradizione cognitivo-comportamentale hanno documentato come i disturbi alimentari siano caratterizzati da "pensiero dicotomico": buono/cattivo, permesso/proibito, controllo totale/perdita totale di controllo. Il cibo viene suddiviso in categorie rigide, e ogni trasgressione scatena vergogna e il bisogno di "compensare" attraverso restrizioni, vomito autoindotto, esercizio fisico compulsivo. Questa rigidità è l'opposto di un rapporto sano con il cibo, che richiede invece flessibilità, ascolto del corpo, capacità di tollerare l'imperfezione.

Le neuroscienze hanno mostrato come il cibo attivi i circuiti cerebrali della ricompensa: gli stessi attivati da droghe, sesso, gioco d'azzardo. La dopamina viene rilasciata in risposta a cibi gustosi, soprattutto quelli ricchi di zuccheri e grassi, creando una sensazione di piacere. Ma nelle persone con disturbi alimentari, questi circuiti sono disregolati: nell'anoressia, la restrizione alimentare può creare un "high" simile a quello delle droghe, con il digiuno che diventa una forma di dipendenza. Nella bulimia e nel binge eating, il cibo viene usato per "automedicarsi" contro emozioni intollerabili, ma il sollievo è temporaneo e seguito da vergogna e disperazione.


Geneen Roth (scrittrice e terapeuta americana, 1951-) ha descritto come molte persone usino il cibo per "riempire" vuoti che non sono di fame: solitudine, noia, tristezza, rabbia. Mangiare diventa un modo per anestetizzarsi, per non sentire, per evitare di confrontarsi con ciò che realmente manca nella propria vita. Ma il cibo, ovviamente, non può colmare questi vuoti: può solo distrarre temporaneamente, creando un circolo vizioso in cui si mangia per non sentire, e poi ci si sente peggio per aver mangiato.

Tutto questo favorisce lo svilupparsi di una relazione distorta con il cibo  - che sia restrizione, abbuffata, controllo ossessivo o caos totale -  nasce spesso da esperienze precoci in cui i bisogni corporei ed emotivi sono stati confusi, negati, o usati per scopi che non erano quelli del bambino. Ma questa relazione può essere riparata. Tornare a un rapporto sano con il cibo significa innanzitutto riconoscere che il cibo è cibo - nutrimento per il corpo - e non amore, non controllo, non punizione, non conforto emotivo. Significa imparare a distinguere la fame fisica da quella emotiva, e trovare modi più diretti per soddisfare i bisogni che non sono di cibo. Significa sviluppare compassione verso sé stessi, riconoscendo che in una società ossessionata dal cibo e dalla magrezza, avere un rapporto completamente sereno con il cibo è quasi impossibile.

Il cibo non è un nemico da combattere né una soluzione ai problemi della vita. È nutrimento, piacere, convivialità, cultura. Abitare la relazione con il cibo con consapevolezza e gentilezza - ascoltando i segnali del corpo, onorando la fame e la sazietà, permettendosi il piacere senza sensi di colpa - è forse una delle forme più quotidiane e concrete di amore verso sé stessi

 
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Ep. 6/ La relazione con il tempo