Ep. 6/ La relazione con il tempo

 

Il modo in cui viviamo il tempo influenza profondamente il nostro benessere. Tra ricordi che riaffiorano, un presente da abitare e un futuro da immaginare, coltivare consapevolezza diventa una forma autentica di libertà.

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Quando parliamo di relazioni, raramente pensiamo alla relazione che abbiamo con il tempo. Eppure, il modo in cui ci relazioniamo con il passato, il presente e il futuro plasma profondamente la nostra identità e il nostro benessere psicologico.

Sigmund Freud (neurologo e psicoanalista austriaco, 1856-1939) ha mostrato come il passato non elaborato continui a vivere nel presente attraverso la ripetizione: riviviamo inconsciamente gli stessi schemi relazionali, gli stessi conflitti, fino a quando non riusciamo a portarli alla coscienza. Il passato non è mai davvero "passato" - è una presenza attiva che influenza ogni nostra scelta, ogni nostra relazione. 

Melanie Klein ha descritto come le prime esperienze infantili creino "oggetti interni" che portiamo dentro per tutta la vita: figure del passato che continuano a dialogare con noi, a giudicarci, a confortarci o a perseguitarci, indipendentemente dal fatto che le persone reali siano ancora presenti o vive.

 

Ep. 6/

La relazione con il tempo

 

Donald Winnicott (pediatra e psicoanalista britannico, 1896-1971) ha introdotto il concetto di "capacità di essere soli": la possibilità di stare nel presente, di abitare il qui e ora senza fuggire nel passato o nel futuro, nasce da esperienze precoci di "solitudine in presenza" - momenti in cui il bambino poteva semplicemente "essere" accanto a una madre sufficientemente buona, senza dover fare nulla per meritare la sua presenza.

Chi non ha potuto sviluppare questa capacità vive il presente come un vuoto insostenibile da riempire con distrazioni, attività compulsive, o con l'aggrapparsi disperato agli altri.


La neurobiologia ha confermato queste intuizioni: il nostro cervello elabora il tempo attraverso reti neurali complesse che coinvolgono ippocampo (memoria del passato), corteccia prefrontale (pianificazione del futuro) e insula (esperienza del presente). Quando queste reti sono disregolate - per trauma, stress cronico, o disturbi psichiatrici - la nostra esperienza temporale si distorce. Nel disturbo post-traumatico, per esempio, il passato traumatico "invade" il presente attraverso flashback: il cervello non riesce a collocare l'evento nel passato, e la persona lo rivive come se stesse accadendo ora. Nell'ansia cronica, il futuro diventa una minaccia costante e il presente scompare. Nella depressione, il tempo stesso sembra fermarsi: il passato è carico di rimpianti, il futuro appare senza speranza, il presente è vuoto.

Ma riparare la relazione con il tempo significa anche fare i conti con ciò che Freud chiamava "lavoro del lutto": la capacità di lasciare andare il passato, di accettare che certi eventi non possono essere modificati, che certe persone non torneranno, che certi sé possibili non si realizzeranno mai. È un processo doloroso ma necessario: solo elaborando le perdite del passato possiamo liberare energia per il presente e il futuro. Chi non riesce a fare questo lavoro rimane "congelato" in un tempo che non passa, come chi dopo un lutto continua a preparare la tavola per la persona morta, o chi dopo una delusione d'amore non riesce più a fidarsi di nessuno.

Il tempo non è un nemico da combattere né un contenitore neutro in cui accadono le cose. È la dimensione stessa della nostra esistenza, il tessuto di cui è fatta la nostra storia. Abitare il tempo con consapevolezza - onorando il passato senza esserne prigionieri, vivendo il presente senza dissociarci, guardando al futuro senza paralizzarci - è forse una delle forme più profonde di libertà.

 
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