Ep. 10/ La relazione con la tecnologia

 

Il modo in cui ci relazioniamo alla tecnologia racconta quanto siamo capaci di stare davvero con noi stessi. Tra connessione continua, distrazione e bisogno di riempire ogni vuoto, imparare a usare gli strumenti digitali con consapevolezza è fondamentale per non perdere ciò che accade fuori dallo schermo e dentro di noi.

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EP.10 / La relazione con la tecnologia
Dott.ssa Maria Rostagno

 

Guardiamo lo smartphone appena apriamo gli occhi, prima ancora di dire buongiorno a chi dorme accanto a noi. Prima ancora di fare i conti con noi stessi stiamo già guardando il cellulare.

Controlliamo le notifiche mentre ceniamo, scrolliamo i social mentre qualcuno ci parla o mentre guardiamo la tv, dormiamo con il telefono sul comodino e la scusa per questo, molto spesso, è la sveglia. 

La tecnologia è diventata una presenza costante, quasi un'estensione del nostro corpo e della nostra mente. Ma come in ogni relazione, anche quella con la tecnologia può essere sana o patologica, nutriente o distruttiva.

Donald Winnicott (pediatra e psicoanalista britannico, 1896-1971) parlava di "oggetti transizionali" in merito lo sviluppo del bambino. Si tratta di quegli oggetti, tipicamente un orsacchiotto, una copertina, che il bambino piccolo usa per gestire l'ansia della separazione dalla madre. 

Attualmente, lo smartphone è diventato per molti adulti un oggetto transizionale: lo tocchiamo compulsivamente nei momenti di ansia, lo si consulta quando ci si sente soli, lo si usa per riempire il vuoto, il silenzio, l’ attesa. Ma a differenza dell'orsacchiotto dell’infanzia, che aiutava il bambino a sviluppare gradualmente la capacità di stare per conto proprio, lo smartphone spesso impedisce proprio questa capacità: non lascia mai spazio al vuoto, all'attesa, al silenzio. Questi per quanto scomodi sono necessari per avviare processi riflessivi e creativi. 

Sherry Turkle (psicologa e sociologa americana, 1948-) ha descritto il fenomeno essere "insieme ma soli": fisicamente presenti ma psicologicamente altrove, connessi a migliaia di persone online ma disconnessi da chi ci sta accanto

La tecnologia promette e permette connessione illimitata ma spesso produce isolamento: conversazioni interrotte da notifiche, esperienze vissute attraverso lo schermo invece che con i sensi. Si sta perdendo la capacità di conversazione profonda, quella che richiede tempo, attenzione piena, tolleranza dei silenzi, sostituendola con una comunicazione frammentata fatta di messaggi brevi, emoji, like.

 

Ep. 10/

La relazione con la tecnologia

 

Il problema non è la tecnologia in sé, quanto il rapporto che sviluppiamo con essa. Sigmund Freud (neurologo e psicoanalista austriaco, 1856-1939) distingueva tra "necessità" e "dipendenza": la necessità è un bisogno reale che viene soddisfatto, la dipendenza è quando un oggetto diventa l'unico modo per gestire l'ansia, il vuoto, le emozioni difficili. Molti non usano più lo smartphone per necessità reale ma per dipendenza: lo scrolling compulsivo dei social non risponde a un bisogno di informazione ma a un bisogno di distrazione da pensieri o emozioni che non vogliamo affrontare. Ogni notifica ci dà una piccola scarica di dopamina, creando un ciclo di rinforzo simile a quello delle slot machine.

Tristan Harris, ex designer etico di Google, ha rivelato come le piattaforme tecnologiche siano deliberatamente progettate per creare dipendenza. Il "pull to refresh" imita il meccanismo delle slot machine, i video in autoplay impediscono di fermarsi, le notifiche infinite creano stimolo costante che diventa mano a mano urgenza incessante. Non siamo noi ad essere deboli: la tecnologia è stata costruita scientificamente per renderci dipendenti e fragili.

Byung-Chul Han (filosofo sudcoreano-tedesco, 1959-) ha descritto come la tecnologia digitale abbia creato una "società della trasparenza" dove tutto deve essere visibile, condiviso, misurato. Le vacanze diventano contenuti da postare, le relazioni vengono validate dai like, l'autostima dipende dal numero di follower. Questa costante auto-esposizione genera "stanchezza esistenziale": non possiamo mai semplicemente "essere", dobbiamo sempre "mostrarci", curare la nostra immagine pubblica.

Jean Twenge (psicologa americana, 1971-) ha documentato come le generazioni cresciute con gli smartphone mostrino tassi più alti di ansia, depressione, disturbi del sonno e difficoltà nelle relazioni faccia a faccia. La connessione digitale costante ha un costo: meno tempo all'aperto, meno conversazioni profonde, meno noia creativa. La noia, quella condizione che la tecnologia promette di eliminare, è essenziale per lo sviluppo della creatività, dell'immaginazione, della capacità di stare con sé stessi.

Nicholas Carr (scrittore e saggista americano, 1959-) ha mostrato come la tecnologia digitale stia cambiando fisicamente il nostro cervello. L'abitudine allo scrolling rapido, alla lettura superficiale, al multitasking costante sta riducendo la nostra capacità di attenzione profonda, di lettura prolungata, di pensiero complesso. Il cervello è plastico, ciò significa che si modella in base a come lo usiamo, e se lo alleniamo alla distrazione frammentata, perdiamo la capacità di restare concentrati.

Lo scopo di questo articolo non è demonizzare la tecnologia. Gli stessi strumenti che possono isolare possono anche connettere persone lontane, dare voce a chi non l'aveva, facilitare l'accesso alla conoscenza. La tecnologia è uno strumento: dipende da come la usiamo. Il problema è che spesso non siamo noi a usarla, ma sono le logiche di mercato che la governano a usarci, monetizzando la nostra attenzione, i nostri dati, le nostre relazioni.

Una relazione sana con la tecnologia richiede consapevolezza e intenzionalità. Significa distinguere tra uso e abuso, tra strumento e dipendenza. Significa riconoscere quando prendiamo il telefono per necessità reale e quando lo facciamo per evitare un'emozione difficile, per riempire un vuoto. Significa creare spazi liberi dalla tecnologia, il primo pensiero della mattina, l'ultimo della sera, i pasti, le conversazioni importanti, dove possiamo semplicemente essere presenti.

Ma forse, più profondamente, una relazione sana con la tecnologia richiede di recuperare la capacità di stare nel vuoto, nel silenzio, nella noia. La tecnologia ci ha abituati a riempire istantaneamente ogni spazio vuoto, ma è proprio in quegli spazi che accade qualcosa di essenziale: il pensiero, l'immaginazione, il contatto con noi stessi. Come diceva Blaise Pascal (matematico e filosofo francese, 1623-1662) già nel 1600: "Tutti i problemi dell'umanità derivano dall'incapacità dell'uomo di stare seduto da solo in una stanza in silenzio".

La tecnologia non è il nemico, ma nemmeno la soluzione. È uno specchio che riflette e amplifica chi siamo: le nostre ansie, i nostri bisogni, le nostre solitudini. Abitare la relazione con la tecnologia con consapevolezza significa scegliere se vogliamo essere presenti alla nostra vita o delegarla a uno schermo.


 
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